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La vita avventurosa di Gian Giacomo dell'Acaya

stemma di Gian Giacomo dell'Acaya

E' bello che si trovi interesse oggi a parlare, dopo un oblio di cinquecento anni, del barone Gian Giacomo dell'Acaya, ora che la sua cittadella, Acaya, si appresta a rivivere la rinascita per l'incedere veloce di tante iniziative, pubbliche e private, volte proprio a riscoprire il fascino, le ragioni e la interessante storia del piccolo borgo fortificato.

L'esigenza di fortificare il Salento, estremo lembo a sud della Puglia, da sempre ponte ideale tra Oriente ed Occidente, trova nel Medioevo - tra la seconda metà del 1400 e la fine del 1500 - fondamento nella necessità di proteggere la costa e l'entroterra dalle frequenti incursioni ottomane (assedio e sacco di Otranto del 1480) e si inquadra in un contesto di eventi politico-militari che interessano l'intera Europa ed il Sud d'Italia in particolare.

Gian Giacomo figlio di questa terra, discendente dalla nobile famiglia dell'Acaya che, proveniente dalla Francia, aveva avuto, nel 1285, da Carlo I d'Angiò in feudo la nostra Segina, terra fertile e ricca d'acqua dove, sin da allora, si produceva olio d'oliva, cereali e legumi; zona costituita, inoltre, da estesi pascoli macchiosi, idonei ad allevare proficui armenti. Egli vive intensamente il suo tempo interpretando con convinzione la ripresa di un guelfismo prono al papato, la fedeltà intransigente alla corona di Madrid e l'intrepido spirito guerriero avverso tutti i nemici dell'impero (turchi, francesi e luterani); avvezzo agli usi del viver cortese ed eroico, interpreta la sua vita da cavaliere e da umanista, apprezzando il gusto per l'avventura o il rischio della fortuna, come allora si diceva, non disdicendo i privilegi ed i fasti che la casta gli assegnava, sempre più in linea con la moda introdotta dagli spagnoli.

Intanto in Europa Re Francesco I di Francia si contrappone all'imperatore Carlo V che riporta vittorie in Lombardia, conquista Genova e si accorda con Venezia, tradizionale alleata di Francia. In nome di Carlo V il Mezzogiorno d'Italia retto da Carlo di Lannoy e da Andrea Carafa ai cui ordini anche Alfonso dell'Acaya, padre di Gian Giacomo, che per conto dell'imperatore aveva presidiato Otranto dopo il sacco del 1480, trattato la capitolazione di Lecce a favore del re Cattolico e, nel nome di questi, aveva ricevuto Brindisi.

Gian Giacomo ha modo così modo di introdursi negli ambienti di corte e di governo, accreditandosi nei circoli politici e culturali di Napoli, Roma e Madrid e più in generale nel mondo della cultura rinascimentale, facendosi apprezzare nell'approfondimento di problematiche teoriche e tecniche legate all'esperienza architettonica ed agli studi di matematica; gli vengono riconosciute brillanti intuizioni di tattica militare, grande esperienza in problemi balistici e di strategia equestre e approfondite conoscenze della nuova tecnica delle fortificazioni bastionate che si andavano sempre più sviluppando con i progressi della artiglieria, dopo l'invenzione della polvere da sparo.

L'opportunità per affermarsi definitivamente Gian Giacomo la coglie nel 1528 quando i francesi penetrano sin nel Salento. Fedele all'imperatore Carlo V si oppone, con cinquecento mercenari albanesi guidati dal marchese Castriota, all'invasione dei francesi e, con altri signori salentini, "offre uomini, cavalli e spada". Sconfitti i francesi conquista con questa vittoria la fiducia di Carlo V che, subito dopo, incontra a Napoli.

Il Re Imperatore, non solo per le benemerenze riconosciute al barone dell'Acaya durante l'invasione francese di terra d'Otranto, ma soprattutto per le informazioni che gli erano giunte sulle fortificazioni che aveva realizzato nel suo feudo di Segine e le esperienze e le capacità che aveva acquisito nello studio delle fortificazioni, gli affida il compito di ispezionare, insieme al duca di Urbino, Francesco Maria della Rovere, ed al Capitano generale del regno, il marchese Alarcon, i castelli e le mura di Napoli, di Aversa, Capua, Nola, Pozzuoli e Baja, nonchè delle isole di Ischia e di Capri.

L'imperatore Carlo V sapeva, infatti, che Gian Giacomo dell'Acaya, per opporsi alle incursioni dei turchi, applicando la sua innovativa tecnica difensiva, aveva appena trasformato la vecchia Segine in una nuova inespugnabile piazzaforte, cinta di mura e baluardi, difesa da larghi e profondi fossati, munita di un castello tanto forte e resistente quanto accogliente e decoroso e, come un padre, aveva infine voluto imporre alla nuova fortezza il nome del proprio casato, ribattezzandola Acaya.

Il Ferrari scrive che Carlo V riteneva Gian Giacomo uomo di alto ingegno, e valore, e per buonissimo architetto tanto che se ne servì per ingegnere generale del Regno di Napoli e già in Napoli stessa si vedono le sue fortificazioni e per tutte le marine di questo regno, come scrive don Vittorio de Prioli, preponendolo, come aggiunge il Di Giorgio, alle fortificazioni delle città e castelli del regno.

Ultimati nel 1536 i lavori alla rocca di Acaya, don Pedro de Toledo, vicerè di Napoli, preoccupato delle frequenti incursioni dei turchi e temendo una invasione ottomana dell'Occidente possibile proprio attraverso l'Adriatico, dispone nel 1537 la fortificazione di tutta la costa, affidando l'incarico della esecuzione al dell'Acaya, ad Alarcon, ad Escriv ed a Menga. Vengono così realizzate il castello e le mura di Castro, la fortezza di Barletta, le fortificazioni di Copertino, Mola, Galatina, Molfetta, Parabita e Gallipoli il cui torrione racchiude una sala ennagonale che, nella pianta, riprende quella attuata nella torre a nord est del castello di Acaya. Nel 1539 giunge l'ordine imperiale di fortificare Lecce, riconosciuta metropoli della regione, e di erigere ivi un possente castello; i disegni della fortezza, il progetto del castello da edificare a Lecce, viene redatto da Gian Giacomo che, per gli impegni da svolgere in tutto il regno, non può però dirigerne la esecuzione che affida a Guarino Renzo: i lavori a Lecce durano ventiquattro anni. Le incursioni turche, le battaglie ed i saccheggi lungo la costa adriatica continuano, nel frattempo, ininterrottamente sino a quando non si completano le difese del litorale con la costruzione di un sistema di torri di avvistamento, di comunicazione e di guardia. Sempre su ordine di don Pedro da Toledo, Gian Giacomo in quegli anni impegnato a Napoli nel completamento dei lavori di Castel S. Elmo, incaricato di fortificare Sorrento, di progettare e costruire i castelli di Capua e di Cosenza, di cingere di baluardi e di mura la città di Crotone; nel 1548 vengono realizzati a Lecce due importanti edifici con un suo progetto: l'Ospedale dello Spirito Santo, grande palazzo a sinistra entrando in città da Porta Rudiae, e l'Arco Trionfale (Porta Napoli) forse in previsione di una programmata visita in città del Re Imperatore Carlo V, visita peraltro mai avvenuta.

Alla morte di don Pedro, Gian Giacomo si ritira in Puglia, ad Acaya, da dove riceve e frequenta la nobiltà salentina ed il governatore Loffredo che si contorna di letterati ed uomini di spada; cura e sistema le faccende familiari, amato dal suo popolo con cui, finalmente, condivide la città-fortezza; vive sereno, affettuosamente circondato dalla venerazione dei vassalli che lo riconoscono padre e fondatore del villaggio.

Sono di questo periodo le iniziative di istituire a Lecce, nel proprio palazzo, un monastero di clarisse ed un convento di francescani anche perchè due dei quattro figli, Francesco, Maria ed Isabella, avuti dalla seconda moglie, Marfisa Paladini, avevano scelto la vita monastica; a Lecce non riuscirà nel suo intento per l'opposizione delle claustrali di Santa Chiara che non gli consentirono di trasformare il suo palazzo in chiostro; il suo desiderio si realizza però in Acaya dove riesce ad edificare per gli osservanti il monastero di S. Maria degli Angeli ai quali finisce poi per cedere anche il suo palazzo di Lecce.

Divenuto ormai vecchio trascorreva le sue giornate in Acaya a rimembrare le avventure di gioventù, allor quando nel 1570 l'inadempienza di un'esattore dei tributi doganali di Puglia e Basilicata e delle imposte sugli olii e sui saponi pugliesi al quale aveva prestato fideiussione insieme ad altri aristocratici, lo espose alle procedure esecutive e persino all'arresto, previsto per i debitori insolventi.

Per colpa non sua, in età avanzata quello che era stato un uomo grande finisce così richiuso nelle segrete del castello di Lecce che egli stesso aveva fatto edificare: muore nello stesso anno! Rinasce oggi, torna a vivere, con la riscoperta e la rivalutazione della Acaya rimasta anchessa, col suo barone, per tant'anni in oblio.


Mario Mangione  




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